Cronaca delle memorie spezzate

La bomba Covid-19 scoppia a inizio gennaio 2020.

Ci arrivano le immagini drammatiche di una sconosciuta città della Cina centrale:  morti per strada, militari che presidiano le case, ospedali al collasso e  persone che chiedono aiuto dalle finestre.

L’Italia, primo paese in occidente dove si affaccia il nuovo coronavirus, sospende tutti i voli da e per la Cina, e dichiara l’emergenza sanitaria nazionale. Ma tutto continua normalmente.

Mentre a inizio febbraio a Wuhan viene inaugurato un ospedale di 25mila metri quadrati con mille posti letto, costruito in tempi record, e nel mondo iniziano ad essere annullate le più grandi fiere e i grandi saloni internazionali, il 19 febbraio a San Siro si gioca la partita di Champions League Atalanta-Valencia. Cinquantamila bergamaschi allo stadio gioiscono per la vittoria 4-1 dell’Atalanta, senza sapere che la loro città presto sarebbe stata la più colpita dal virus, con migliaia di vittime. 

Il 21 febbraio l’Italia viene colta di sorpresa dal virus: con un paziente di Codogno, primo infettato ufficialmente sul territorio,  e la prima vittima italiana del Covid19, un pensionato di 78 anni di Vò Euganeo che muore nella terapia intensiva dell’ospedale di Schiavonia, a Padova – si conferma l’esistenza di un focolaio italiano indipendente da quello cinese. Nell’area dei primi contagi, in Lombardia e in Veneto, le autorità sanitarie segnalano sempre più casi, ora dopo ora.

inizia la grande paura. Nel week end successivo, a Milano e in molte aree del nord Italia  la popolazione si riversa nei supermercati per fare scorte di cibo e generi di prima necessità. Il governo istituisce una “zona rossa” in 11 comuni della bassa lodigiana e di Vò Euganeo, con la chiusura di tutti i locali, i negozi, lo stop a tutte le manifestazioni pubbliche e alle attività sportive, e con l’esercito che presidia le vie di accesso tramite posti di blocco.

Nel giro di pochi giorni la situazione precipita: I casi aumentano, i decessi anche, gli ospedali della Lombardia si riempiono.  Scoppia il dramma della provincia Bergamasca: colonne di mezzi militari trasportano le bare di decine di vittime del Covid-19 verso i cimiteri di altre città per la cremazione.

Il governo chiude la Lombardia, poi 1l 9 marzo estende le misure a tutta l’Italia: l’intero Paese è ora in lockdown, con gran parte delle attività produttive sospese, i parchi chiusi e il divieto di spostarsi dal comune in cui ci si trova.  In tutte le città italiane, strade e piazze si svuotano, mentre il numero di decessi e di ricoveri in terapia intensiva aumenta sempre di più.

L’Organizzazione mondiale della sanità lancia un grido di allarme: la metà delle vittime del Covid-19 si trova nelle case di cura e nelle strutture di degenza a lungo termine. Lontano dai parenti, gli ospiti delle case di riposo spesso non hanno la possibilità di essere curati. Per loro nelle terapie intensive non c’era posto. Gli ospedali devono scegliere a chi dedicare i pochi letti rimasti e i respiratori messi in funzione. E in questa situazione gli anziani non hanno la priorità. Una tragedia umana inimmaginabile.

Anche se in Italia l’assenza di screening a tappeto nelle strutture impedisce l’emersione di casi, e mancano ancora dati ufficiali, completi e sistematici sulla mortalità, con il passare delle settimane appare evidente che tra gli anziani ospiti si registra un alto numero di vittime dirette e collaterali.   Nel periodo 16-31 marzo si riscontra il picco dei decessi.

In Italia, stando ai dati divulgati dall’Istituto superiore di sanità, tra il 1 febbraio e il 14 aprile ci sono stati 6.773 decessi all’interno delle Rsa, – si parla di circa il 40% dei ricoverati in queste strutture. Nel 40,2% dei casi le morti sono avvenute per Covid-19 o per sintomi tipici anche senza una diagnosi precisa. 

il 25 aprile – mentre il Governo annuncia le misure per la cosiddetta “fase due”  che, di fatto, segna la fine del lockdown iniziato a marzo, e il  ritorno al lavoro di di 4 milioni di italiani – con almeno 3000 anziani morti nelle RSA si commemora la Liberazione realizzata grazie a moltissimi di loro, custodi della nostra memoria nonostante la loro magari non funzionasse più. Non hanno avuto un funerale, non hanno avuto l’estremo saluto di nessun familiare, se ne sono andati con il loro sapere e la loro saggezza, quella che ha fatto solida l’Italia nei decenni del dopoguerra. Una intera generazione sparita in silenzio, da sola, senza che figli, nipoti, amici potessero dirle addio.

Anche gli operatori sanitari non hanno avuto via di scampo: a fine aprile, il 40% dei lavoratori era assente dal posto di lavoro per motivi legati al contagio. Dramma nel dramma sono le storie dei pazienti più anziani, privati dalle visite dei parenti e che spesso sono stati affidati alle cure di pochi infermieri.

Al 20 maggio, nelle strutture per anziani di Milano rimangono circa 5.600 ospiti dei 7.210 iniziali.

La pandemia ha messo sotto i riflettori gli angoli più ignorati della nostra società: quello degli anziani affidati a un modello assistenziale che necessita di essere profondamente rivisto dalle sue fondamenta per dare centralità alla protezione dei soggetti più fragili della società, nel tempo più prezioso e più delicato della loro vita.