Il valore della testimonianza

Le testimonianze qui raccolte sono fatte di volti, corpi, voci, sguardi, luoghi, oggetti.

Ognuna di loro ci consegna i frammenti di una biografia, di una storia personale e familiare, di una vita. È questo uno dei valori più profondi e apparentemente semplici della testimonianza, la capacità di fornirci un tassello della nostra storia collettiva a partire dalla prospettiva individuale.

I familiari delle vittime di quella che è stata chiamata la “strage silenziosa” si fanno testimoni, e si affacciano dalle tessere del muro sul quale sono iscritti i nomi dei loro cari per chiamarci ad ascoltare le loro storie. Testimoniare è soprattutto questo: un atto di relazione, fatto di parola e di ascolto. È consegnare una storia nelle mani di qualcuno pronto a riceverla. La sua è anche una funzione terapeutica per l’intera collettività, perché, come scriveva Paul Ricoeur, è un modo per imparare a considerare il racconto degli altri, per imparare a considerare la storia scritta dagli altri.

La testimonianza è lo spazio in cui è possibile prestare attenzione al vissuto, agli affetti, alle emozioni, lo spazio in cui restituire corpo e identità alla persona. Per questo il suo senso è anche politico, perché si oppone all’oblio dell’anonimato e dei grandi numeri, e ci ricorda che nelle catastrofi storiche, ogni morto è una persona, un nome, una storia di vita.

Il valore politico dei volti e delle voci dei testimoni, nella coralità del racconto, è quello di opporsi al silenzio, alle omissioni, alle verità non ancora emerse, all’oblio in cui rischiano di cadere le storie delle vittime di questa catastrofe. La verità che queste testimonianze mettono in circolo è diversa da quella della deposizione giuridica: il racconto dei testimoni non cerca verità oggettive, ma offre tutta la soggettività attraverso la quale la vita torna tangibile. Ci fornisce il mosaico di una memoria plurale, che possa diventare patrimonio di tutti per la costruzione della memoria collettiva.

La voce dei testimoni ci ricorda che il trauma vissuto da ogni famiglia è il risultato di un evento collettivo che tocca la società nel suo complesso, e non può essere superato nell’isolamento e nella solitudine. La testimonianza è allora anche una chiamata alla responsabilità, delle istituzioni prima di tutto, e di ogni membro della collettività, perché è solo nella dimensione collettiva che i grandi traumi possono essere elaborati e superati, attraverso il riconoscimento del diritto alla verità e alla giustizia.

“Quale colpa?”, scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati, “A cose finite emergeva la consapevolezza di non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema in cui eravamo assorbiti […] sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente”. La testimonianza è anche lo spazio di condivisione del senso di colpa che molti famigliari sentono, quel meccanismo crudele per cui la vittima sente su di sé il peso di una colpa non sua. Le loro testimonianze sono tasselli della lotta per ottenere verità e giustizia, che è l’unica strada per far sì che il vissuto traumatico non si trasformi in un passato che non passa.

Per molti dei famigliari, al trauma della morte dei propri cari si è aggiunto il trauma della negazione del rituale del lutto, un momento fondamentale per comprendere l’ineluttabilità della morte e per cominciare a elaborare il distacco. Questo momento non è solo privato, anzi, il culto dei morti è la nostra più antica forma di memoria culturale e collettiva. La testimonianza ha quindi il valore simbolico di condividere la memoria di chi non c’è più, e ci aiuta a costruire un rituale collettivo di elaborazione di un lutto che è lutto di tutti.

Il senso della testimonianza e della memoria, allora, non si proietta tanto al passato, quanto al presente e al futuro. Lo dice bene la studiosa argentina Pilar Calveiro, quando scrive che il materiale testimoniale serve a dare nome alle violenze passate sotto silenzio, ad accompagnare l’elaborazione del vissuto, a condividere l’esperienza dolorosa con gli altri, e a obbligarci come società a fare i conti con il passato. Tuttavia, dice Calveiro, “l’urgenza della memoria […] non è legata solo alla necessità di impedire che gli oltraggi del passato siano dimenticati o che possano eventualmente ripetersi, ma è soprattutto volta alla loro risignificazione nel presente per dar vita a un futuro diverso. In questo senso il debito è legato al presente, ma lo è soprattutto al futuro”